Descrizione
Certi libri hanno un valore di soglia: dopo che sono apparsi, molte
cose ci si rivelano in prospettiva, e retrospettivamente, diverse.
Quando Gödel, Escher, Bach venne pubblicato in America, nel 1979, si
presentava come un oggetto irto di stranezze e difficoltà, a
cominciare dal titolo. Entro pochi mesi, alcune centinaia di migliaia
di copie erano state vendute e il libro appariva esattamente come
l’opposto: un libro chiarificatore, capace di illuminare in tutte le
sue connessioni un immenso groviglio di temi che ci accompagnava, ci
ossessionava da tempo e ora affiorava nella sua interezza davanti ai
nostri occhi, come un’isola corallina. Quel groviglio è l’oggetto di
studio per una disciplina che affascina tutti e che nessuno osa
definire: l’intelligenza artificiale. La gente del mestiere per lo più
conviene che la migliore definizione dell’intelligenza artificiale sia
quella data da Tesler: «L’intelligenza artificiale è tutto quello che
ancora non è stato fatto». In breve: tutto ciò che le macchine hanno
imparato a fare, e che (prima che lo facessero) era ritenuto segno di
comportamento intelligente, non viene ritenuto più tale una volta che
le macchine lo fanno. La vera essenza dell’intelligenza sembra essere
così, per definizione, sempre un passo più in là. E ormai quel passo
più in là ha condotto i teorici dell’intelligenza artificiale ad
aggirarsi fra le più antiche questioni metafisiche, che si presentano
in fogge e maniere sconcertanti, come i personaggi che Alice incontra
nel mondo di là dallo specchio. Una prima, preziosa mappa di quel
mondo ci è offerta appunto da quel «labirinto armonico» che è Gödel,
Escher, Bach.
Gödel, Escher, Bach: un grande logico, un grande pittore, un grande
musicista. Che cosa lega questi nomi, a parte la gloria? Uno Strano
Anello. E che cos’è uno Strano Anello? Ci suggerisce Hofstadter: «Il
fenomeno dello ‘Strano Anello’ consiste nel fatto di ritrovarsi
inaspettatamente, salendo o scendendo lungo i gradini di qualche
sistema gerarchico, al punto di partenza». Salire una scala e
ritrovarsi ai piedi della scala. È un fenomeno che Escher ha
disegnato, che Bach ha messo in musica, che Gödel ha posto al centro
del suo teorema. Ma che importanza ha questo fenomeno, con quel lieve
senso di vertigine, di invincibile sconcerto che lo accompagna? È un
fenomeno che si presenta quando un sistema parla di se stesso. Ma è
facile accorgersi che le cose che un sistema ha da dire su se stesso
sono proprio le cose essenziali, quelle da cui le altre dipendono. E
proprio quelle sono le cose che vengono strette nello Strano Anello e
non riescono a evaderne: condannate a una perenne vertigine, come
quella che danno due specchi che si riflettono. Il teorema di Gödel
implica anche questo: che quella vertigine non potrà mai essere
superata. Questo è in certo modo il cuore dell’intelligenza
artificiale, ma anche il cuore di imprese disparate del pensiero che,
dalla teoria degli insiemi di Cantor alla decifrazione del codice
genetico, dalle macchine di Turing alle «frames» di Minsky, hanno
osato metter piede, non per intuizione ma per via algoritmica, cioè
costruendo procedure precisate passo per passo, nel Regno
dell’Autoreferenza.
Questo libro sugli Strani Anelli, che attraversa calcolatori,
formicai, paradossi, neuroni, sistemi formali, forme musicali,
grammatiche, ribosomi, cervelli, codici, koan, è esso stesso uno
Strano Anello, una «fuga metaforica su menti e macchine nello spirito
di Lewis Carroll». E questo non certo per abbellire letterariamente
l’«arido vero» della scienza, ma perché qui si mostra come una forma
letteraria possa avere conseguenze su un’argomentazione scientifica, e
come una argomentazione scientifica possa sostenere occultamente una
forma letteraria. Giustamente Martin Gardner ha scritto che «la
struttura di questo libro è satura di complicato contrappunto non meno
di una composizione di Bach o dell’Ulisse di Joyce».






