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Nuova enciclopedia

Adelphi 1985 Collana Biblioteca Adelphi Brossura editoriale con risvolti, in 8vo, pp. 401; alcune tavole f.t. Sporcature/segni del tempo alla copertina, interno compatto e senza segni d’uso, brunitura del tempo, segni da giacenza ai tagli pagina. Come da foto. Il prezzo tiene conto dei difetti

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Descrizione

«Sono così scontento delle enciclopedie, che mi sono fatto questa
enciclopedia mia propria e per mio uso personale. Arturo Schopenhauer
era così scontento delle storie della filosofia, che si fece una
storia della filosofia sua propria e per suo uso personale». Con
questa lapidaria dichiarazione Alberto Savinio ci introduce a questa
sua Nuova Enciclopedia, a cui lavorò negli anni Quaranta e che solo
ora vede la luce. Fin dalle prime pagine, dove spiccano gloriosamente
le voci «Abat-jour» e «Abbiategrasso», si ha l’impressione di trovarsi
di fronte all’opera che, proprio per l’irriverente paradossalità della
sua forma, più di ogni altra è adatta a rappresentare la ‘totalità
Savinio’, questo intricato coacervo di talenti che nascondeva uno dei
rari grandi scrittori italiani di questo secolo. E se ormai tanti, in
Italia e fuori d’Italia, concordano nel riconoscere il magistero del
pittore e del narratore visionario, non altrettanta attenzione si è
fatta finora a un lato di Savinio che si manifesta allo stato puro in
queste pagine: la sua strepitosa ‘intelligenza’, l’acutezza di un
pensiero senza timori, capace di passare agilmente dal ridicolo
quotidiano al ridicolo universale, dalla metafisica ai segreti dello
stile, dai lapsus alla cronaca nera, da Apollo a Joséphine Baker, dal
commento alle frasi del portiere a un frammento dei Presocratici.
Animata in ogni voce da una stupefacente mobilità di spirito, questa
enciclopedia così irriducibilmente ‘personale’ ci si presenta come un
perfetto autoritratto, ma anche come un ritratto della nostra civiltà,
giunta a quel punto di saggezza disperata in cui deve riconoscere che
il suo sapere non può più appellarsi al sigillo di un’unità, mentre
l’unica possibilità ancora intentata è quella di disperdersi
amorosamente nei più disparati e divergenti meandri, senza fingere una
coerenza da lungo tempo abbandonata. Unico filo comune fra queste
«voci» rimane allora, forse, una ingiustificata serenità e ironia, una
disponibilità al comico che aiuta nella grande opera di trasporre ogni
scienza in ‘gaia scienza’. Ma è Savinio stesso, alla voce
«Enciclopedia», a esporre con la massima lucidità le ragioni di questa
sua impresa, nella quale molti, si può sperare, riconosceranno
l’enciclopedia oggi più usabile e certamente l’unica che riservi
sicure sorprese: «Oggi non c’è possibilità di enciclopedia. Oggi non
c’è possibilità di saper tutto. Oggi non c’è possibilità di una
scienza circolare, di una scienza conchiusa. Oggi non c’è omogeneità
di cognizioni. Oggi non c’è affinità spirituale tra le cognizioni.
Oggi non c’è comune tendenza delle conoscenze. Oggi c’è profondo
squilibrio tra le conoscenze. Questa la ragione di quella ‘crisi della
civiltà’ denunciata prima da Spengler e poi da Huizinga. E come ci può
essere equilibrio, come ci può essere civiltà – che significa
omogeneità nella polis – se alcuni uomini pensano alla curvatura dello
spazio e al sesso dei metalli, e altri contemporaneamente pensano
all’architettura tolemaica dell’universo? E poiché d’altra parte non
c’è speranza che idee così lontane possano riunirsi e fondersi,
conviene rassegnarsi a una crisi perpetua e sempre più grave della
civiltà. Rinunciamo dunque a un ritorno alla omogeneità delle idee,
ossia a un tipo passato di civiltà, e adoperiamoci a far convivere
nella maniera meno cruenta le idee più disparate, ivi comprese le idee
più disperate».

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