Descrizione
Non sempre è giusto cedere al fascinoso (e compassionevole) luogo
comune secondo il quale chi muore giovane è caro agli dèi, perché
«così come il carattere guida l’invecchiamento, l’invecchiamento
disvela il carattere». La senilità, quindi, non è un accidente, né una
dannazione o l’abominio di una medicina devota alla longevità, ma la
condizione naturale e necessaria affinché il carattere si confermi e
si compia. Come il daimon – il codice dell’anima – presiede alla
rappresentazione di noi nell’età giovane, così il carattere delinea
l’immagine di noi nell’età senile, vale a dire «ciò che resta dopo che
ce ne siamo andati». Ma se il carattere sopravvive per immagini,
invecchiare non è un mero processo fisiologico: è una forma d’arte, e
solo coltivandola potremo fare della nostra vecchiaia una «struttura
estetica» possente e memorabile, e incarnare il ruolo archetipico
dell’avo, custode oculato della memoria e difensore non bigotto della
tradizione – ovvero il compito cui siamo chiamati in tarda età. E non
sarà secondaria, nell’adempimento di tale compito, la forza di impatto
del nostro volto, che dal carattere è stato plasmato e del carattere è
l’immagine più rivelatrice. Come viatico al seducente percorso cui
Hillman ci invita in questo saggio, ci si potrebbe allora servire di
un passo di Borges: «Un uomo si propone il compito di disegnare il
mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di
province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci,
di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima
di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
l’immagine del suo volto».






