Descrizione
Nelson Goodman, senza dubbio uno dei più attuali filosofi americani,
si interroga essenzialmente su un unico problema: come costruiamo i
nostri mondi della filosofia, dell’arte, della scienza, operando coi
simboli, e come valutiamo la giustezza delle versioni e delle «opere»
che costruiamo. Se nella prospettiva di Rorty avevamo «finalmente
perduto» il mondo, con Goodman ritroviamo una irriducibile pluralità
di mondi, che siamo noi a fare, e la cui giustezza dipende da molti
fattori che si combinano in equilibri ogni volta particolari. Ma non
siamo così dalla parte di un relativismo puramente soggettivistico? Il
relativismo radicale, in Goodman, vuol essere altro, non indulge come
in Feyerabend al «tutto va bene», è espressione di un impegno ancora
di razionalità, per cui la discussione filosofica non si riduca a pura
conversazione come sostiene tanta parte della filosofia contemporanea.
Esso muove da Frege, da Russell, da Lewis, da Carnap ed ai loro
problemi cerca ancora di dare risposte, tenendo conto di una crisi
obiettiva di molti assunti della filosofia analitica, ma anche
tentando una loro reinterpretazione critica che rinnovi l’intenzione
nazionalista che ne era all’origine.
Goodman propone un riorientamento in filosofia, ridefinendo i termini
stessi di un rapporto tra conoscenza, comprensione ed operazioni
costruttive: la sua teoria generale dei sistemi simbolici delle
scienze e delle arti, come si è progressivamente chiarita attraverso
The Structure of Appearance, Languages of Art e Ways of Worldmaking,
prospetta un ampliamento ed una rideterminazione dell’idea di
conoscenza e delinea una trama continua di somiglianze e differenze
cognitive ed estetiche tra «opere» tradizionalmente considerate
inconfrontabili.









