Descrizione
Un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro
di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l’ultima, siamo
presi in un «perturbamento» che avvolge tutto come uno scirocco
metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla
psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della
brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bambini hanno
paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco
su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla
distruzione, un incoraggiamento all’ansia suicida. Le porte si aprono
ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a
morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra
in agonia, con «il sorriso delle donne che si destano dal sonno
sapendo di non avere più speranza»; una fila di uccelli esotici
strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti.
In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del
dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia
il posto all’immane delirio dell’ultimo infermo: il principe Saurau,
raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono
nella testa, abbandonato ormai a una «micidiale tendenza al
soliloquio». Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i
frammenti dell’orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono
scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo
del «perturbamento».






