Descrizione
«Questo vangelo annunciato in pieno campo di battaglia da Krsna, Dio
fatto uomo», così definiva la Bhagavadgita (ovvero Canto del Beato)
René Daumal: annuncio di una verità assoluta, che scuote gli animi e i
mondi, e insieme azione teatrale che si svolge fra la polvere di un
luogo destinato a vedere fratelli e amici che si massacrano per la
necessità della guerra. Questa formidabile tensione fra l’Assoluto
accecante della rivelazione e la particolarità concreta, momentanea,
urgente della situazione in cui essa si manifesta, è il primo
carattere che distingue la Bhagavadgita fra tutti i grandi libri
dell’Oriente. Le domande che il giovane guerriero Arjuna, angosciato
dall’orrore della battaglia che deve affrontare, pone al conducente
del suo carro, il quale si rivelerà poi essere il dio Krsna, sono le
stesse che ciascuno di noi necessariamente si pone in qualche momento
della sua vita: chi agisce quando si agisce? e che cos’è l’atto?
perché esiste la violenza? come riconoscere il divino? qual è
l’origine degli esseri? è possibile liberarsi dai condizionamenti? E
sono le domande che il genio metafisico dell’India aveva già fissato
nei suoi primi libri sacri, ai quali non si dà per il lettore
occidentale di oggi accesso migliore della Bhagavadgita. Il corpo di
questo testo è composto appunto dalle risposte del dio Krsna: le sue
parole sono al tempo stesso una esplicazione del mondo e una
soverchiante epifania divina. Trasparenti e densissime, illuminano a
uno a uno tutti i termini in cui l’antico pensiero indiano ha compreso
la realtà e li congiunge in un insegnamento totale. La rinuncia al
frutto dell’azione è la dottrina che qui occupa il centro: ma, lungi
dall’essere un precetto morale, in senso moderno, questa dottrina
implica tutta una cosmologia, una mitologia, una metafisica, una
pratica ascetica (lo yoga), strettamente allacciate e rinvianti l’una
all’altra. Trapassata dalla luce delle parole di Krsna, la realtà
intera svela la sua prodigiosa articolazione e all’interno di essa si
disegna quella via che il pensiero indiano ha percorso e ripercorso
per secoli: quella che conduce non a una conoscenza discorsiva ma a
una gnosi che esige la trasformazione radicale della persona e ha come
tappa ultima la «liberazione in vita».
La Bhagavadgita è il centro ideale di un enorme poema epico, il più
illustre dell’India, il Mahabharata. Non si può dire con certezza
quando il poema sia stato composto: le prime tracce documentabili che
ne abbiamo risalgono comunque al V secolo a.C. Commentata in India per
secoli e secoli dalle più diverse scuole di pensiero, la Bhagavadgita
è stata oggetto di numerosissimi studi anche in Occidente: si può anzi
dire che sia il testo orientale più diffuso e conosciuto nella nostra
civiltà.






