Descrizione
Fra il 1923 e il 1929 Borges pubblica tre volumi di poesia su cui in
seguito interverrà radicalmente, e tre di prosa che saranno ripudiati.
Tutti gli altri scritti – dispersi per lo più in periodici e riviste –
cui era affidata l’insolente riflessione di quegli anni verranno
dimenticati. E si capisce: ansioso di giustificare una tumultuosa
militanza ultraista, ma soprattutto di «disanchilosare l’arte» e di
difendere la sua poesia, Borges dichiara la supremazia dell’«estetica
attiva dei prismi», capace di forgiare una visione personale,
sull’«estetica passiva degli specchi», che trasforma l’arte in copia;
addita nel ritmo, elemento acustico, e nella metafora, elemento
luminoso, gli strumenti imprescindibili di tale rivoluzione; regola
impavido i conti con i morti e i loro esercizi di retorica;
stigmatizza risolutamente il «nulla immobile» della letteratura coeva,
preoccupata solo di cambiare di posto alle «cianfrusaglie ornamentali»
che pretendono di discendere da Góngora e di «infilzare in quantità
infinite i consunti aggettivi»; celebra una Buenos Aires che nelle
«ore orfane che vivono come spaventate dagli altri e delle quali
nessuno si cura» diventa libertà di poesia, ed esalta l’ultimo tango,
«zolletta di zucchero che da sola addolcisce la città offuscata e
molle». Anni spavaldi, certo, di fervori iconoclasti, ma che a ben
vedere ci dischiudono il segreto lavorio da cui nascerà il più
indimenticabile Borges, come appare evidente da questo passo del 1923:
«le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le
circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il
leggente e io lo scrivente – il sospettoso e appassionato scrivente
dei miei versi».








