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Narrate, uomini, la vostra teoria

Adelphi 1984 Collana Biblioteca Adelphi Brossura editoriale con risvolti, in 8vo, pp. 353 Buone condizioni, ordinari segni d’uso e del tempo, brunitura carta. Come da foto

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Descrizione

Questo libro, il più celebre di Savinio e per molti il suo capolavoro,
fu pubblicato per la prima volta nel 1942, in quegli anni della guerra
che segnarono per lo scrittore l’apice dell’intensità creativa. Il
successo fu immediato. Ma il suo vero pubblico questo libro dovrebbe
raggiungerlo oggi, per la sua impressionante concordanza con la
sensibilità di anni come i nostri, che si trovano – senza loro merito
– ad aver bruciato ogni essenza della Storia. Mai tanto congeniale
sarà stato per noi ascoltare Savinio come in questo «invito alla
confessione», invito «tutto dolcezza e perfidia», che evoca i ritratti
fantomatici di alcuni esseri quanto mai diversi – da Isadora Duncan al
torero Bienvenida, da Nostradamus a Jules Verne –, sospinti verso di
noi dalla risacca del tempo. L’edizione originale di Narrate, uomini,
la vostra storia era accompagnata da un risvolto nel quale è facile
riconoscere una delle più memorabili pagine di Savinio. Lo
riproduciamo qui, come introduzione a questa galleria di «ritratti
pietosi e terribili»:

«Una volta i ritratti erano fatti dai pittori. Tempi senza paura. Chi
sa se Arrigo VIII oggi vivo, avrebbe ancora il coraggio di farsi fare
da Holbein quel ritratto che in una sala del palazzo Corsini, a Roma,
lo eternizza in tutta la sua verità? Di poi l’uomo non osa più farsi
ritrattare dai pittori, ma si rivolge agli specialisti del ritratto,
che fanno di lui un’immagine approssimativa e eufemistica. E questa
paura si capisce. Nel vero ritratto l’essenza del personaggio prende
stanza e si ferma per sempre, e il committente, perduta ogni ragione
di vivere, s’incammina falotico e svuotato, verso la morte. Nasce da
qui l’opinione degli antichi, che chi si fa fare il ritratto, finisce
di vivere. Dei ritratti dipinti da Alberto Savinio, un critico ha
detto che sono “altrettanti giudizi”. A maggior ragione questa
definizione si affà ai ritratti che Savinio non traccia col pennello,
ma con la penna. Dei personaggi anche più spubblicati dalla fama, la
storia serba un’immagine reticente, vestita di panni impermeabili,
devitalizzata. Narrate, uomini, la vostra storia è un invito alla
confessione. A questo invito tutto dolcezza e perfidia, non hanno
saputo resistere né Felice Cavallotti, né Eleuterio Venizelos, né
Antonio Stradivari, né Vincenzo Gemito, né Giuseppe Verdi, né il poeta
Lorenzo Mabili, né il torero Cayetano Bienvenida, né Jules Verne, né
Carlo Lorenzini, né il mago Michele di Nostradamus, né Paracelso, né
la danzatrice ed eugenista Isadora Duncan; e in piena fiducia hanno
vuotato in questi ritratti pietosi e terribili, tutta quanta la loro
essenza fisica e metafisica. Ormai, i personaggi qui sopra nominati
non li ritroverete più in nessun altro luogo, fuori che nelle pagine
di questo libro; nel quale essi si stanno come il defunto nella tomba
di una volta, assieme con la vedova, i guerrieri, i servi, i cavalli
arsi sul rogo, e le armi, le cibarie, ecc.».

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